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Stefano Ferri Fotografo A San Gemini, Umbria, Italia.

Chi sono — Stefano Ferri Fotografo

La fotografia come racconto e memoria

"Non cerco la posa studiata o la perfezione artificiale, ma l'istante in cui un volto, un gesto o una luce raccontano una storia autentica."

La fotografia, in casa mia, c’era prima ancora che io potessi capire davvero cosa fosse. Mio padre aveva — e ha ancora — una vera passione per la fotografia e, soprattutto, per le diapositive. A casa ne abbiamo ancora scatole intere.

A poco più di un anno, gironzolando per casa con il girello, riuscii a entrare nella camera dei miei e ad arraffare una Olympus OM-1, con il flash esterno a torretta montato e un rullino da 36 pose già caricato.

Click, click, click.

In pochi minuti avevo deciso che il lavoro era finito.

Non ricordo molto della reazione dei miei quando mi trovarono con tutta quell’attrezzatura in mano — forse è meglio così — ma pare che almeno una fotografia sia venuta: una specie di autoritratto davanti allo specchio, preso per sbieco.

Forse è da lì che è cominciato tutto.

Qualche anno dopo, una Ferrania 3M Automatic 1036 divenne il mio giocattolo preferito. Non uscivo praticamente mai senza e, a cinque anni, esiste persino una fotografia che lo documenta. A giudicare da quella foto, la macchina era già diventata parte dell’equipaggiamento.

Click, click, click.

A un certo punto il dorso si staccò.

Forse avrei dovuto prenderlo come un segnale. Invece ho continuato a fotografare.

Poi arrivò una Nikon F80 con il suo 28-85 mm. Con lei arrivarono le pellicole a colori e in bianco e nero, lo sviluppo in negozio e quell’attesa che oggi, nell’epoca dello schermo immediato, sembra quasi appartenere a un altro mondo.

Il digitale arrivò più tardi, con una Nikon P5100. Da lì il percorso è continuato attraverso macchine diverse, fino alle D7200 e alla D800 che uso oggi.

Ma, al di là delle macchine e della tecnologia, nel tempo è rimasta la stessa curiosità di allora: guardare, osservare e provare a fermare qualcosa prima che scompaia.

Il mio sguardo

Sono un fotografo autodidatta, per scelta e per passione. Ho costruito il mio modo di fotografare attraverso la pratica, l’osservazione e la curiosità, cercando nel tempo di capire non solo come fotografare, ma soprattutto cosa vale la pena raccontare.

Mi affascina il “momento decisivo” di Henri Cartier-Bresson, ma anche l’ironia e la capacità di osservazione di Elliott Erwitt. Da loro ho imparato ad aspettare, a guardare con attenzione e a lasciare spazio a ciò che accade.

Seguo anche la riflessione di Susan Sontag sul rapporto tra fotografia e memoria: ogni immagine trattiene qualcosa che altrimenti rischierebbe di andare perduto. Per questo fotografo volti, gesti e tradizioni: non per congelarli, ma per conservarne una traccia.

Cerco immagini che raccontino senza bisogno di spiegare tutto. Fotografie che, magari, a distanza di anni permettano di tornare in un luogo, riconoscere un volto o ricordare un momento con una consapevolezza nuova.

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