L’illusione del set e la pietra del borgo: reportage da un backstage invernale Ci sono…
Appunti di caccia: il fotografo nel suo habitat naturale.
Esiste un luogo visibile a tutti, ma occupato soltanto da pochi. Non è il palco, non è la platea. È la striscia di terra battuta, il corridoio tra le transenne, l’angolo d’ombra a ridosso delle quinte.
Fotografare chi si esibisce richiede tecnica. Fotografare la folla richiede empatia. Ma stare nel mezzo — al confine tra l’evento e la sua rappresentazione — è una disciplina a sé stante.



Significa praticare l’arte dell’invisibilità. Imparare a non scricchiolare, ad anticipare il movimento, a respirare al ritmo dell’otturatore. È un lavoro di attesa e di posture improbabili, fatto di vertebre piegate, ginocchia a terra e sguardi d’intesa con chi, al tuo fianco, sta invece “inseguendo il movimento” con una telecamera in spalla, lottando contro gli stessi riflettori e lo stesso pubblico.



Poi, naturalmente, la realtà si ricorda di non essere un documentario di Cartier-Bresson. E proprio quando pensi di aver congelato la solennità del momento, chi sta dall’altra parte dell’obiettivo si gira, rompe la quarta parete e ti ricorda che prima della composizione, prima della luce perfetta, siamo solo un branco di matti con la cinghia al collo.




